giovedì 25 giugno 2009

Le muse sotto il cielo di Parma. Milena Vukotic chiude la quinta edizione del Parma Poesia Festival


Parma - Si è conclusa ieri sera con la presenza di Milena Vukotic la quinta edizione della keremesse culturale Parma Poesia Festival, che ha coinvolto poeti, letterati e non solo, dal 18 al 24 giugno. Alberto Bevilacqua, Aldo Busi, Corrado Augias, Gianrico Carofiglio, Vincenzo Cerami, Guido Ceronetti e Silvio Ramat sono alcune fra le personalità che hanno fatto risuonare per altri versi (questo il titolo dell'edizione del festival) i chiostri, le biblioteche, i palazzi d'epoca e le piazze parmigiane. Straordinaria la partecipazione del pubblico che anche quest'anno ha risposto con entusiasmo all'iniziativa. La città ha indossato il suo abito migliore e ha offerto la possibilità ai visitatori di partecipare agli incontri culturali durante tutto l'arco della giornata.
Non solo poesia al Parma Poesia Festival, ma anche musica e cinema. Oltre alla presenza di Mogol (perfetta sintesi di come la musica incontri la poesia), artisti come il jazzista Paolo Fresu che ieri sera ha accompagnato con le sue musiche "E.D. : la mia lettera al mondo", spettacolo dedicato ad Emily Dickinson, con Milena Vukotic e diretto da Giorgia De Negri, registrando il tutto esaurito.
Nell'ambito della manifestazione culturale, lunedì scorso, una serata presso il cinema Astra dedicata al "Futurismo nel cinema. Declamazione futurista", con letture di Antonio Petrocelli tratte dai testi più celebri della poesia futurista, secondo lo stile declamatorio marinettiano. A seguire "Metropolis" di Fritz Lang, capolavoro del cinema muto del 1927, è stato accompagnato con musiche dal vivo da Marco Dalphane al pianoforte e Francesca Aste al synth.
Non ci resta che attendere una nuova edizione, per rivedere le muse al completo sotto il cielo di Parma.

Silvia Cusumano

mercoledì 10 giugno 2009

I giardini di Giverny al Palazzo Reale di Milano

Milano - "Monet e il tempo delle ninfee", una splendida occasione per lasciarsi incantare fino al 27 settembre al Palazzo Reale di Milano, dalla rarefatta bellezza di venti capolavori del maestro francese, provenienti dal Museo Marmottan di Parigi. L'una dopo l'altra le tele mostrano la passione di Monet per la bellezza impalpabile nelle forme, nei colori di un giardino acquatico creato con tanto cura e amore, quanti ne investiva nella rappresentazione stessa dell'opera d'arte.
Giverny era il sogno di una vita. Accanto al giardino francese, Monet diede vita al suo gioiello, il giardino giapponese, che costituì, da quel momento in poi, la materia prima della sua ricerca artistica. Le venti tele, che Monet ha dipinto fra il 1900 e il 1923, ricostruiscono il percorso che lo ha portato a cercare di trasferire dal suo giardino alla sua arte i salici piangenti, le ninfee, i ponti giapponesi, i fiori di ciliegio e gli iris. Accarezzando la tela, così come il suo sguardo accarezzava le ninfee nello stagno, Monet cercò di esprimere attraverso i tocchi del pennello e le sfumature dei colori, la spiritualità sottesa alle forme incantevoli che popolavano il suo giardino. Un pennello sapiente, che ci ha restituito, non solo la bellezza esteriore delle forme, quanto la magia evocata da esse.
Impreziosiscono la mostra sessanta stampe di Hokusai e Hiroshige, provenienti dal Museo Guimet di Parigi, che ben mostrano l'influenza dell'arte giapponese sull'artista. Al termine del percorso espositivo è possibile visionare la tavolozza di Monet e un filmato d'epoca che lo ritrae a Giverny all'opera fra tele e pennelli.
Le ninfee di Giverny fluttuano ancora nell'acqua e si mostrano attraverso i colori cangianti e le sfumature delicate, a ricordarci che chi le ha amate ci ha svelato la loro magia attraverso i suoi occhi.

"Tutti discutono la mia arte e affermano di comprenderla, come se fosse necessario comprendere, quando invece basterebbe amare." (Claude Monet)


Silvia Cusumano

In alto a sinistra: Claude Monet, Nimphéas. Effet du soir, olio su tela, 1887



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lunedì 8 giugno 2009

A Villa Olmo una mostra per celebrare i Maestri dell'Avanguardia Russa

Como - Nella splendida cornice di Villa Olmo fino al 26 luglio rivivono i capolavori di Marc Chagall, Vassily Kandinsky e Kazimir Malevic. La mostra, curata da Sergio Gaddi, assessore alla cultura del Comune di Como e da Evgenia Petrova, direttore scientifico del Museo di Stato Russo di San Pietroburgo, presenta ottanta opere tra olii, tempere e disegni provenienti dalle più importanti collezioni pubbliche russe, fra le quali il Museo di Stato Russo di San Pietroburgo, e da numerosi collezionisti privati.
Il percorso espositivo guida lo spettatore fra le realizzazioni di Marc Chagall del primo periodo russo, dove domina il legame ambivalente con la città natale, Vitebsk, per proseguire poi con le opere del 1914 e del 1915, e rischiare di rimanere rapiti dall'emozione senza tempo de "Gli amanti in blu", e dal simbolismo de "Lo specchio".
Kandinsky ammalia dapprima con la sua "Amazzone sulle montagne" (1918) e poi ci invita a seguirlo nella sua ricerca artistica, documentata da citazioni del volume "Lo spirituale nell'arte", con straordinarie tele astratte come "Composizione", "Paesaggio" e "Crepuscolo".
Il percorso prosegue con 20 opere di Malevic, dal Post-Impressionismo all'esperienza cubofuturista fino al Suprematismo del celebre "Quadrato rosso" (1915), per poi tornare alla rappresentazione figurativa con le tele degli anni Trenta.

Una sopresa nell'excursus artistico fra le stanze di Villa Olmo è la scoperta delle tele del moscovita Pavel Filonov, maestro dell'arte analitica, ancora poco noto al pubblico italiano. Dimenticato dopo la sua morte, avvenuta per fame nel 1941 durante l'assedio nazista di Leningrado e riscoperto solo negli anni Settanta, Filonov si dimostra artista dotato di espressività dirompente, evocativa, a tratti visionaria.

Silvia Cusumano

A destra, dall'alto:
Chagall, Gli amanti in blu, olio su cartone, 1914
Kandinsky, Due ovali, olio su tela, 1919



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